Ancora una volta, dopo “Stanze aperte” il regista Maurizio Giordano accende i riflettori su realtà spesso sconosciute o sulle quali c’è molta disinformazione e oblio e lo fa come ospite all’ Università l’Orientale di Napoli del Laboratorio di Produzioni Audiovisive Teatrali e Cinematografiche diretto da Francesco Giordano, che è entrato del vivo e si erge a locus di incontri e dibattiti promossi dall’associazione culturale Ved, che coinvolge in incontri-seminario il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Orientale. A squarciare il silenzio che avvolge luoghi invisibili è “Mathema”, docufilm, di cui Giordano oltre ad essere regista è anche sceneggiatore con Vincenzo Giugliano (sceneggiatura e scene). Il cast è poi composto da Francesco Giordano (Fotografia e montaggio), Gianni Scirocco (Fotografia e riprese aeree), Silvestro Marino (Produzione esecutiva e fonica di presa diretta), Federica Spiteri (Foto di scena). Ci sono poi gli studenti, i docenti e altri protagonisti del Cpia Napoli Città 2 con il Dirigente scolastico: Rosa Angela Luiso, parte dei quali è stata presente all’incontro, visibilmente emozionati. L’opera, che presenta, nella versione attuale, un lungo lavoro di tagli e post- produzione, è a metà strada tra un lavoro a soggetto e il documentario. Il docufilm, proiettato in aula con studenti in parte in presenza e in parte in DAD, punta a liberare dal velo di ignoranza che avvolge una realtà, i CPIA (le scuole statali per adulti, nella fattispecie il CPIA di Napoli 2), la cui funzione è volta all’alfabetizzazione e al recupero educativo, intellettivo e culturale, di studenti adulti, italiani e stranieri, inclusa la popolazione carceraria della Casa Circondariale di Poggioreale. Giovani e meno giovani che, spesso, in condizioni socio-economiche svantaggiate, per vari motivi hanno interrotto gli studi dopo la scuola dell’obbligo.

È un excursus visivo e sonoro tra interni ed esterni, tra i luoghi deputati alla formazione, percorrendo stanze, aule, corridoi, ed esterni, quelli della città di Napoli, delle sue vie, piazze o immortalata dall’alto in tutta la sua fierezza, con l’aiuto di droni, per catturarne tutta la sua complessa bellezza. È proprio Maurizio Giordano, a condurre per mano lo spettatore in quello che è un vero e proprio viaggio di scoperta e ri-scoperta, che inizia con un percorso a piedi fino all’ingresso nella struttura protagonista del regista-attore e la scelta stilistica di utilizzare l’animazione digitale e un ritmo di musica vivace per sancire questo start, che tornerà poi a chiusura del percorso. Si susseguono così interviste a docenti e studenti del CPIA, che s’intrecciano proprio con il racconto immaginario e animato di un docente che affronta per la prima volta una scuola serale. Non solo scolarizzazione ed educazione in senso stretto. Dai racconti degli intervistati, dalle loro storie spesso di vite interrotte e sofferte, emerge quanto le dinamiche di inclusione e socializzazione abbiano ricadute evidenti sulla questione identitaria, oggi più che mai centrale e sulla possibilità di costruire un nuovo progetto di vita, all’altezza di prospettive migliori. “Mi sono sentita più completa scegliendo di continuare gli studi, anche se con sacrificio studio e lavoro” dice una delle studentesse napoletane del docufilm.

C’è poi un giovane che nella vita è un rider stagionale che conserva vivi alcuni sogni per sé e vuole provare a riscrivere la sua storia e allora, sottolinea Maurizio Giordano: “è necessario dare la possibilità di raccontare la propria storia”. Come suggerisce la Dirigente Scolastica: “occorre formazione specifica per i docenti sull’ Orientamento per poter cogliere le potenzialità di ciascuno partendo dalle storie personali e indirizzarli così nella costruzione di un proprio progetto di vita”. Come spiegano altri docenti intervistati la scuola ha un ruolo fondamentale nel promuovere la cultura in quartieri abbandonati come PonticeIIi nella periferia est di Napoli, dove mancano stimoli culturali e bisogna crearne. Ci si chiede dunque: serve più arte e meno tecnica o viceversa? Forse l’una non può prescindere dall’altra per promuovere un cambiamento e uscire dai cliché con cui si disegnano le periferie, fatti di malavita e degrado, per aprire nuovi orizzonti. Ma il docufilm fa un’operazione ancora più audace spalancandoci il carcere e presentando inserti del lavoro “Le Stanze Aperte” di Francesco e Maurizio Giordano con la scelta stilistica di Maurizio Giordano di inframmezzare il tessuto narrativo del proprio documentario con alcune sequenze tratte da due film dedicati alla condizione dei

carcerati, il pluripremiato “Le Stanze aperte”, di Maurizio e Francesco Giordano, e “Reclusi”, in cui i connotati dei detenuti intervistati sono circoscritti in un rettangolo come a voler rendere anche plasticamente che, in quanto detenuti possono interloquire solo attraverso la feritoia della porta della loro cella. La rieducazione nelle carceri, che sono Istituzioni Totali inglobanti è un lavoro difficile, ma importantissimo, perché come sottolineano le docenti di alfabetizzazione “serve a responsabilizzare, a tirare fuori l’umanità, a dare una nuova alternativa di vita”. L’approccio deve però essere scevro da condizionamenti e pregiudizi, per una relazione educativa fondata sull’ accoglienza, il rispetto, l’ascolto e la reciprocità. E il riscatto passa per l’impegno quotidiano che nel carcere di Poggioreale vuol dire anche produrre opere concrete, magari realizzate a due mani: come sculture raffiguranti mandolini. E la logica è chiara: la ricerca di visibilità, il desiderare che un altro all’esterno veda il prodotto realizzato, e ciò significa ricominciare a entrare in quella società, che respinge come soggetto pericoloso chi ha sbagliato e ha scontato una pena. Come si resiste in carcere? “Supportandosi a vicenda”, asseriscono i docenti.

Ognuno ha le sue ferite che possono essere curate solo se c’è rielaborazione interiore. La rieducazione è possibile? Si, se c’è riflessione sul proprio percorso, riscrittura del proprio progetto di vita, fornendo gli strumenti per riappropriarsene e diventare nuovamente padroni della propria esistenza, soggetti capaci di autodeterminarsi. In fondo don Milani professava che “l’obbedienza non è più una virtù” ed è un po’ il senso del rimettersi in gioco ad ogni condizione o età. Infine ci si interroga, in questo viaggio corale, sul futuro dei Cpia tra necessaria evoluzione tecnologica che richiede maggiori competenze, miglioramento delle strutture accoglienti e maggiore flessibilità rispetto alla variegata utenza.

Insomma raccontare la realtà, ciò che vediamo, come prova a fare il documentarista, sottolinea Maurizio Giordano “significa essere partecipi della vita”.

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